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TERRA DI MEZZO di Patrizia Umilio


Vagavano, sulle sterpaglie rinsecchite dalle folate continue di un vento sibillino e acuto, tenui riverberi di una luce proiettata dai lembi estremi di quel mondo di mezzo, provenienti dalle circostanti zone più conosciute. Si estendevano, a sprazzi, in un cielo poco illuminato, costantemente immerso nel grigio soffuso dell’incertezza. Simili a fulmini quieti, scosse elettriche vibranti di viva energia, si manifestavano a guizzi alterni a ravvivare, se pur per brevi istanti, quelle lande desolate e aride. Qui si arenavano i flutti morbidi e schiumosi del mare imprigionati dalle solide zolle di concreta materia. Qui giungevano le eco di quei mondi lontani, terre sconosciute al di là dell’orizzonte visibile che, inevitabilmente, rimanevano imbrigliate nella densa coltre di melmosa incertezza nello stagnare perpetuo di moti repressi e incerte intuizioni. Qui, lenta e guardinga, la fanciulla spaesata si muoveva con passi cauti sulle zolle insicure, giunta per errore o per destino, in questi spazi dell’Anima sconosciuti e angusti. Tra i capelli, scompostamente appoggiati sulle sue spalle, vagabondava quello stesso vento che, giunto da un mare profondo e libero, si attorcigliava in effimere spirali gonfie di speranza.


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