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ARCHÈ di Gianluca Sonnessa


Quando potrò nascere goccia, evaporare guadagnando il cielo e ancora, condensandomi, tornare alla terra sempre come goccia uguale ma diversa.

Dopo essere rimasto immobile per giorni spegnendo il metabolismo, aver spostato i semi con un soffio ed essere stato io stesso seme portato dal vento, ingoiato vite tra le crepe di un terremoto, disegnato nuvole e alzato onde.

Dopo aver permesso al muschio di ricoprire parte della mia corazza e averla fatta bucare da un picchio, dopo aver rotto l'asfalto con la forza di un germoglio oppure aver volato nel mezzo della tempesta, a dieci centimetri dagli spruzzi, ed essermi tuffato ad occhi aperti per riemergere sazio.

Allora potrò parlare.

Allora potrò parlare ma forse non ne sentirò più il bisogno.

Perché la verità non è dentro me come alcuni suggeriscono, ma davanti.

Sono parte di quella parte d'ingranaggio che copre d'asfalto i germogli e scatta una foto, quando le foglie lo bucano per guardare il cielo.

Quindi, nelle nostre verità, in quelle che ci raccontiamo per far tacere i rimorsi, io non credo, il mio sguardo resta fisso e la mia bocca chiusa come una terza palpebra durante il letargo.

Perché per ora, ancora, non posso parlare.

Non mi resta che ascoltare in silenzio.


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