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LA GABBIA DELL'OPERA LA CHIAMANO CORNICE di Gianluca Sonnessa

L'alba delle foglie cadute non sente il bisogno di lancette.

Un orologio fermo dice che il tempo è matematica applicata allo scorrere eterno.

Il giorno non esiste grazie al calendario.

È possibile misurare con esattezza (è conveniente esigere?) l'altezza dell'onda o la forza con cui s'infrange sullo scoglio?

Oggi tu dici di me la pelle, la carne, i nervi accavallati sulle giunture, il fiume di sangue che scorre in silenzio. Le labbra aperte sui denti come un sipario scoprono d'essere il sorriso.

Mi chiedi se ho paura del buio.

Perché dovrei aver paura di mio fratello?

In lui ho trovato la strada, in lui ho ritrovato la parola, lui, sempre lui mi ha dato la luce del non sapermi riconoscere.

Cambia lo sguardo, spingilo oltre, il vecchio lascialo a ieri, smetti di guardarti i piedi, loro dicono d'essere il tuo passo, ma mentono.

Vogliono essere attori, riprendi la scena che cercano di rubare.

Forse non sono ancora nato, forse nascerò davvero quando il mondo intero mi dirà scomparso.

Dici che è cosa triste.

Non guardare più i piedi.

Ti ho già detto che mentono.

Questa voce presa in prestito dalle corde vocali trova il suo nido nel gomitolo dei ricordi.

Lì riposa, lì rinasce, mentre un orologio fermo dice che in realtà, io, non sarò mai davvero passato.

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