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LE PENNE DEI CORVI di Gianluca Sonnessa

I corvi gli volano sopra, poco più in alto disegno cerchi nell'aria osservando la scena.

Decine di penne si staccano dalle ali nere e gracchianti, cadono al suolo, andrò a prenderle quando sarà il momento.

Sono pronto ad andarmene lontano con il suo ultimo respiro in tasca, devo solo decidere quando dargli la fine.

Già, perché ho la sua esistenza sulla punta delle labbra, il mio sguardo sorride leggendo la paura disegnata nel suo.

Non ride più, è un condannato con la schiena a terra e braccia tese al cielo, le mani stringono una corda che ho legata al collo, con le ultime forze concesse cerca di tirarmi giù.

Non riesce, non può più farlo, sente l'odore pungente della sconfitta, lui, che si credeva invincibile.

Il suo stupore è ossigeno che riempie i polmoni, lo respiro a fondo, mi rigenera.

Chiudo le ali di cera che il sole di agosto non è riuscito a sciogliere, sono in picchiata.

Supero i corvi, supero l'aria, supero il tempo e lo spazio.

Ho le labbra a qualche centimetro dal suo orecchio, la sentenza è matura.

"Tu non esisti".

Il suo ultimo grido disperato rompe le nuvole, cadono pezzi di cielo, la terra si crepa, l'orizzonte da lui dipinto scompare.

Quel corpo ora è cenere spazzata dal vento, la corda è dissolta.

Raccolgo le penne, troverò sulla strada foglie da scrivere.

L'eroe è morto, sono libero di andarmi a cercare.

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